“Mara Lautizi, nata ad Albano Laziale(Rm).
Inizia a dipingere all’età di sedici anni, non frequenta alcuna scuola d’arte ne ha maestri, segue solo il suo istinto cimentandosi nella pittura ad olio.
Nelle sue opere attraggono le ombre dense di malinconia e le note sommesse di timide e nostalgiche melodie.
Sentimenti schermati da simulato realismo sfocato.
Paesaggi in plein air, interni, figure umane, é tutto molto velato con l’intento di filtrare la realtà o sacralizzarla rendendola quasi impalpabile.
Indicazioni biografiche della Sua interiorità si rivelano nell’impercettibile transizione degli attimi che scorrono silenziosamente.”


F. Ranelletti


“Di Mara sembra più facile la visione: l’occhio si trova più a suo agio ed osservandone le opere, ci si sente addirittura compiaciuti, gratificati. Ma oltre questo contatto iniziale, avvicinatevi ed osservatene la “cifra stilistica”: quello insomma che la rende Mara Lautizi e non altri.
Sono olii, nevvero? Ma non hanno l’aria di essere acquarelli trasformati in olii? E sia chiaro che questo riconoscimento non vuole essere svilente: anzi!
L’atmosfera che emana dai suoi paesaggi e li fonde unitariamente, meglio li “confonde”, facendo si che l’occhio senza ostacolo scivoli dalle terre agli alberi, spesso stagliati su orizzonti aperti verso cieli annuvolati o tempestosi; ebbene quell’atmosfera sa di “romantico” aurorale acquarellare, con la assenza di toni caldi ed accesi, e la malinconica forte presenza di colori terrigni, verdiazzurognoli, madreperlacei. Se questa è la tavolozza, tramite essa si esibiscono soggetti o immagini, in cui la realtà aspra e squallida e consunta del quotidiano osservare, si distanzia e sublima nella dimensione del sogno. Ed é una realtà vissuta e riconosciuta con l’occhio vigile della fantasia, ma senza imbellettamenti perchè ci viene proposta in nome di una nostalgia e con la tensione della speranza che possa essere diversa.
E nel dualismo fra la presenza di una natura consolatrice e l’assenza della figura umana, la pittura di Mara si rifugia nella constatazione amara della nostra precarietà.
Quella natura é poi tutta contraddistinta da elementi fortemente simbolici quali alberi aguzzi o dalle folte chiome, orizzonti pieni di nebbie e cieli pieni di nuvole, rare costruzioni in paesaggi non urbani: in questo modo essa si lascia desiderare, forse rimpiangere, come avviene per l’utopia che mai muore e mai deve morire. Questo il messaggio di Mara.”


G. Pontecorvo

“Natura e Arte sono un dio bifronte
che conduce il tuo passo armonioso
per tutti i campi della Terra pura.”
Gabriele D’Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, Libro terzo - Alcyone, 2 - Il fanciullo, VI

COME UN DIO BIFRONTE
“Il concetto di Natura e Artifizio nell’opera di Mara Lautizi, segna e, nel contempo, cancella il confine tra i due campi, dando luogo a visioni pittoriche affrancate da termini netti e forme compiute.
L’impotenza e la debolezza verso gli elementi naturali, insieme a miopi interessi economici, portano spesso l’Uomo a interventi massivi di grande portata che indeboliscono l’ecosistema nelle sue fondamenta.
L’Uomo ha tutta la responsabilità di azioni rivolte verso la Natura e laddove queste ledano l’ecosistema, i danni prodotti sarebbero incommensurabili.
La pittrice volge la sua estetica verso questo pericolo imminente, trovando un linguaggio atto al rispetto massimo e all’elevazione della Natura.
Nel contesto di immagine poetica, Mara sottrae la nitidezza del racconto in maniera di giungere a immagini di eroici paesaggi, depurati e depuranti.
L’eroicità é la parte spirituale derivante dalla stesura del colore, rarefatta e lattiginosa. Punti di luce prendono il pur minimo spazio possibile per trovare appigli fecondanti forme visibili.
Quel visibile nell’invisibile.
Quell’inadeguatezza dello spazio formale.
Quell’irrappresentabilità del contesto infinito e sublime della Natura.
Quell’incolmabile satellite di sentimenti, riflessioni e timori dell’Uomo nella sua visione, limitata, condizionata, determinata e contratta.
Nel timore “sentito” non appare il terribile. E’ presente, al contrario, dignità, rispetto e fascinazione.
Apparizioni dal sapore sacrale, dignitose e distanti.
Il carattere di sospensione temporale aleggia sul legno e sulle tele con afflati leggeri, con incomparabili limiti e incolmabili spazi.
A questo punto lo sguardo dell’osservatore diviene attivo e coglie spunti personali dallo spazio intimistico e romantico di ogni opera.
La ritrosia nell’entrare é tale che si rimane fermi “sulla porta” nel riguardo del silenzio assordante che pervade lo spazio pittorico.
Non si compie il passo oltre la soglia, in quanto la leggibilità e la percezione diminuisce nello spostamento in avanti.
La sottrazione dell’immagine é esponenzialmente in contatto con la valenza emotiva, la quale prevale con toni grigio bruni, laddove l’annebbiarsi del colore vince i confini delle forme riconoscibili.
L’elevato effetto poetico pervade lo spazio artistico supponendo la tracimazione dall’opera alla zona vitale e reale.
Il sogno, l’immaginazione, i sentimenti affermano una visione d’incanto e di magia.
Lontana dall’arte urlata, la pittura di Mara, garbatamente racconta di dimensioni ultravitali e ultrapittoriche, ispirate al rispetto della Natura e dell’ambiente.
In questo senso l’esperienza artistica va verso lo spiritualismo, ponendo la natura in una sorta di “mandorla sacra” e generando una vera e propria venerazione delle immagini legate al suo contesto.”


F. Ranelletti